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… ma il drago non c’è

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È stato presentato al Teatro Donizetti di Bergamo il balletto Giorgio e il drago della coreografa Simona Bucci. Si tratta di uno spettacolo adatto a bambini dai 5 agli 8 anni che ha l’intento evidente di avvicinare i bambini al linguaggio della danza, per solito ritenuto adatto solo a un pubblico di adulti.

Per rendere la danza un linguaggio comprensibile ai piccoli spettatori, la Bucci trasforma i movimenti della danza contemporanea in movimenti di gioco o in azioni quotidiane che raccontano della tranquilla esistenza di Giorgio (un ragazzo un po’ fifone e tanto pigro e goloso), della sua vispa amica Meda e del loro asino. Tranquillità quotidiana che, un giorno, viene messa alla prova in quanto Meda si avventura nel bosco abitato dal drago. Giorgio deve vincere le sue paure per poter correre in soccorso dell’amica e avventurarsi nel bosco. Si barda, quindi, con quanto ha per trasformarsi in cavaliere: il lenzuolo diventa mantello, il mestolo spada, il cuscino corazza, il coperchio della pentola scudo e il pitale elmetto. Trasformatosi in cavaliere, Giorgio va in soccorso di Meda e alla fine scopre che… il drago non c’è e Meda sta giocando con un’altalena.

L’ambiente e le situazioni sono quelle note ai bambini e anche i movimenti agiti dai danzatori hanno molto di noto per gli spettatori, anche grazie al fatto che la tipica gestualità della danza moderna è stata volutamente rallentata e “sporcata” per renderla, in qualche modo, vicina a quella dei piccoli spettatori.

Uno spettacolo gradevole, interpretato da Roberto Lori, Carmelo Scarsella e Chiara Cinquini.

Written by Danilo Ruocco

29 Ottobre 2009 alle 12:54 pm

Pubblicato in Danza

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L’elisir non fa miracoli

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L'Elisir d'amore

L'Elisir d'amore

Ieri sera al Teatro Donizetti di Bergamo è andata in scena la prima dell’Elisir d’amore di Gaetano Donizetti per la direzione del Maestro Stefano Montanari e la regia di Francesco Bellotto.

Va detto che si è trattato di uno spettacolo dai risultati alterni che ha visto un primo tempo non esaltante, accolto assai tiepidamente dal pubblico, e un secondo tempo più “caldo”, salutato dal pubblico con applausi a scena aperta.

Tutto sommato si è trattato di uno spettacolo un po’ freddo, in qualche modo “raggelato” in un’ambientazione in Stile Impero (bellissimi i costumi di Cristina Aceti), forse un po’ troppo classicheggiante. Forse il pubblico non è si è lasciato coinvolgere dall’atmosfera un po’ troppo arcadica e assai distante dal comune sentire odierno (che di arcadico e bucolico ha molto poco).

Va, inoltre, detto che nel Primo Tempo il tenore Ivan Magrì è apparso sottotono, un po’ acerbo per una parte che richiede colorature vocali da consumato cantante. Lo stesso Magrì, però, nel Secondo Tempo ha risolto bene la propria parte, ricevendo un prolungato applauso nel celebre “Una furtiva lagrima”.

Non hanno mai fatto dubitare delle loro doti, invece, Linda Campanella (Adina), Filippo Morace (Dulcamara), Mario Cassi (Belcore) e Diana Mian (Giannetta).

Applausi per tutti al calar del sipario.

Written by Danilo Ruocco

17 Ottobre 2009 alle 9:39 pm

Traviata esempio di fedeltà

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Traviata finale Primo Tempo

Traviata finale Primo Tempo

Ieri pomeriggio, al Teatro Donizetti di Bergamo, è stato il trionfo di Traviata di Giuseppe Verdi. Nel ruolo del titolo la strepitosa Irina Dubrovskaya della quale si dirà semplicemente che era Violetta. Nei panni di Alfredo il bravo Antonio Gandia, in quelli di Giorgio l’altrettanto bravo Giuseppe Altomare. All’altezza tutto il resto del cast (la replica vedeva in scena la seconda compagnia). Tutti cantanti (a partire dai ruoli principali, per finire con i coristi) hanno saputo unire il canto con la recitazione, creando uno spettacolo davvero emozionante.
Maestro concertatore e direttore d’orchestra era Bruno Cinquegrani; regista Paolo Panizza, scenografo Italo Grassi e costumista Carmela Lacerenza. Per tutti costoro un plauso speciale. Impeccabile l’esecuzione orchestrale, bellissimi i costumi (specie quelli indossati dalla protagonista), funzionali, oltre che belle, le scene.

Traviata finale Secondo Tempo

Traviata finale Secondo Tempo

L’ambientazione voluta dal regista era leggermente spostata in avanti rispetto a quella pensata da Verdi per la prima versione dell’opera (1853): la scena, infatti, ricorda gli ambienti Bella époque.
Ma, al di là degli arredi, ciò che colpisce è la predominanza assoluta in scena della forma circolare. Il letto/divano/palcoscenico era a forma di cerchio, così come le porte e le finestre. Perfino le decorazioni alle parete dei vari ambienti previsti dalla pièce erano circolari.
Una scelta che non può essere casuale, come non casuale il fatto che tutti gli atti terminano con Violetta “incastonata” in un cerchio (ovvero, quello creato dalla testata del letto per il Primo Tempo; quello del paravento della casa di campagna del Secondo Tempo e quello della grande vetrata dell’ultimo Tempo). Inevitabile l’associazione del cerchio all’anello nuziale, la fede. Ecco, allora, che la lettura registica dell’opera rimanda prepotentemente al cambiamento di vita operato da Violetta: da Traviata, da mantenuta d’alto bordo, Violetta si trasforma in fedele compagna di Alfredo, capace, per amore, di sacrificare la propria gioia per il bene sociale del proprio compagno. Una lettura forte e del tutto aderente alle intenzioni dell’autore che si rifiutò di intitolare l’opera Violetta a favore del più crudo Traviata, proprio in quanto era sua intenzione evidenziare come una prostituta potesse fare emergere l’inconsistenza e la pericolosità della morale borghese.
Meritata ovazione al calar della tela.
Spettacolo da non mancare.

Traviata finale Terzo Tempo

Traviata finale Terzo Tempo

Written by Danilo Ruocco

5 Ottobre 2009 alle 12:21 pm

Intervista a Fabio Canino

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Fabio Canino risponde ad alcune mie domande sulla situazione dei gay in Italia e su “Revuelta”, la prima crociera gay italiana durante la quale, tra l’altro, si sono esibiti con molto successo lo stesso Fabio Canino, Regina Miami e La Cesira.

Altro su temi GLBT

Written by Danilo Ruocco

24 Settembre 2009 alle 1:13 pm

Pubblicato in Redazionale

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Giallo pazzia

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Linda si Chamounix

Linda si Chamounix

Si è aperta ieri a Bergamo la stagione lirica con la Linda di Chamounix di Gaetano Donizetti su libretto di Gaetano Rossi. Va detto subito che l’opera non è un capolavoro e soffre dei molti salti logici e delle inverosimiglianze presenti nella trama che la allontanano dal gusto degli spettatori moderni. Per portare un esempio, l’incontro a Parigi tra Linda e suo padre non regge agli occhi di un contemporaneo che, inevitabilmente, finisce per chiedersi come mai un padre non riconosca sua figlia a soli tre mesi dall’ultima volta che l’ha vista.

Ciò detto va aggiunto, a scanso d’equivoci, che l’edizione firmata dal Maestro Vito Clemente e interpretata benissimo da Majella Cullagh nel ruolo principale ha convinto il pubblico che – al calar del sipario (all’una del mattino) – si è prodigato (giustamente) in lunghi e calorosi applausi.

Lo spettacolo firmato dal regista Roberto Recchia si affida alla figura retorica della sineddoche (nella quale la parte simboleggia il tutto) e al linguaggio dei colori. In tal modo, Chamounix viene rappresentata attraverso un tetto di casa colonica, mentre Parigi è rappresentata per mezzo di un soffitto decorato (che – nel momento della pazzia di Linda, si scomporrà in più pezzi). I colori servono al regista per sottolineare alcuni momenti come, ad esempio, quello del sopraggiungere della pazzia nella protagonista che viene simboleggiata dall’invasione del luogo scenico da parte del colore giallo che si propaga come un intruso sgradevole.
Una nota di merito a tutti i cantanti, che sono stati all’altezza del compito loro assegnato.

Giova, ora, riprendere quanto scritto al principio a proposito delle inverosimiglianze presenti all’interno del libretto. Esse, a dispetto dei capriccetti dei cantanti e delle posizioni irragionevoli dei melomani, potrebbero essere agevolmente corrette per mezzo di tagli al copione che nulla toglierebbero alla complessiva gradevolezza della musica dell’opera donizettiana. Ad esempio, il già citato incontro parigino tra padre e figlia potrebbe essere completamente eliminato, così pure tutta la parte relativa al Marchese nell’ultimo atto che disturba invece che divertire.

In altre parole, non si dovrebbe aver paura di fare ciò che i compositori alla loro epoca facevano: modificare l’opera di volta in volta, per renderle un servigio.

Written by Danilo Ruocco

12 Settembre 2009 alle 12:02 pm

Il paradosso del Gioko

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More about Il giokoIl Gioko è il primo romanzo di Matteo Fontana nel quale viene raccontato come un gruppo di adolescenti (composto da ragazzi e ragazze) alla soglia dell’esame di maturità si ritrovi dopo la scuola per dedicarsi a un gioco del tutto particolare. Si tratta di una roulette del sesso: davanti a un pc portatile pieno di immagini pornografiche i giocatori sono chiamati a riprodurre l’atto sessuale fissato dall’immagine “scelta” casualmente. Far parte del gruppo di coloro che possono partecipare al “gioko” fa sentire importante, forse perché i giocatori si avvicinano al sesso come a un atto che reputano possa renderli più adulti.
Il romanzo narra nel dettaglio alcune delle performance alla quali i giocatori sono obbligati (dalle regole del gioco) a partecipare e – nel frattempo – racconta anche i maldestri tentativi che la voce narrante (l’insicuro Roberto) attua per rimorchiare la ragazza di cui si è invaghito.

Il paradosso che emerge dalla lettura del romanzo è che i giocatori, a dispetto di quello che credono, dimostrano di essere degli adolescenti molto più vicini all’età infantile che a quella adulta. Infatti, ciò che caratterizza il meccanismo del gioco è il fatto che nessuno di loro sceglie la pratica sessuale che deve riprodurre, e neppure sceglie di voler fare del sesso. Ciò che i giocatori scelgono di fare è di partecipare al “gioko”. Poi è il gioco a dettare le regole per tutti e i giocatori devono “esibirsi” (è la parola che usano per indicare la riproduzione delle immagini) in quanto estratti a sorte. La loro esibizione, in realtà, è una penitenza.
Nessuno dei giocatori, dunque, si mette davvero in gioco, perché nessuno di loro sceglie cosa voler fare, quale “sfida” affrontare. Nessuno di loro assume su di sé la responsabilità della scelta (atto adulto), ma ognuno di loro si nasconde dietro il dover portare a termine una penitenza (atto infantile).
Ciò che i giocatori in realtà esperiscono non è la dimensione adulta della sessualità, bensì quella infantile del gioco.
Gli adolescenti narrati da Fontana sono, dunque, dei bambinoni che – alla fine del romanzo – si trovano a dover fare i conti con qualcosa che è loro tragicamente sfuggita di mano.
Un romanzo interessante ma non del tutto coinvolgente né convincente, forse perché il paradosso che si porta dentro non è affrontato dall’autore con sufficiente perizia.

Written by Danilo Ruocco

2 Settembre 2009 alle 7:09 pm

Pubblicato in Letteratura

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L’alfabeto della vita

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More about Il ragazzo orchidea

Per imparare a leggere e scrivere è essenziale, in occidente, conoscere l’alfabeto.

Anche per imparare a leggere nelle persone, nei loro desideri, nei loro sentimenti è essenziale conoscere la lingua segreta di ognuno di noi, il nostro personalissimo alfabeto.

Paola Presciuttini ha scritto un bel romanzo snodando la storia sul ritmo lento (e al contempo veloce) dell’alfabeto: 26 lettere (26 capitoli) necessarie perché i due protagonisti della vicenda possano leggere l’uno nell’anima dell’altro, ma, soprattutto, nella propria.

Due protagonisti singolari, ognuno di loro, a suo modo e senza averne la volontà, ai margini della società italiana: Beatrice, una trans e Nazim, un marocchino immigrato. Si conoscono per caso e per caso nasce tra i due una intensa amicizia non scevra da attrazione. Beatrice si offre di insegnare a Nazim a leggere e Nazim insegna a Beatrice il rito del tè. Intanto approfondiscono la propria conoscenza, portandola fino in fondo, fino al punto che la conoscenza dell’altro significa conoscenza di sé, del sé che non si conosceva prima, del sé che si finge non esistere, del sé che si può anche decidere di ignorare.

Un bel romanzo, Il ragazzo orchidea, che scava nei sentimenti, nei turbamenti di due giovani vite, le cui strade tracciate per uno dalla natura, per l’altro dalla cultura, prendono svolte impreviste, ma non per questo meno degne di essere percorse fino in fondo.

Un libro da mettere in valigia.

Written by Danilo Ruocco

21 Luglio 2009 alle 11:14 am

Pubblicato in Letteratura

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Dal romanzo alla vita e ritorno

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Più riguardo a L'invasione degli ultragayRomanzo interessante L’invasione degli ultragay di Corrado Farina edito da Zero91. L’interesse nasce dal fatto che esso intreccia due storie diverse, ma strettamente legate l’una all’altra, in modo che dal destino dell’una dipende quello dell’altra e viceversa. Le due vicende hanno come protagonisti, l’una uno scrittore (tale Corradino Piersanti) alle prese con la redazione e la pubblicazione di un suo romanzo fantascientifico e l’altra i personaggi di detto romanzo. Quanto succede in una trama si riverbera nell’altra, cambiandone il corso. Ma, il corso cambiato nel secondo intreccio narrativo finisce per mutare nuovamente anche quello della prima storia. Il circolo si fa virtuoso o vizioso a seconda dei fatti narrati, e le due vicende procedono a braccetto dall’inizio alla fine del romanzo, terminando entrambe con un happy end che (forse volutamente) lascia un po’ di amaro in bocca al lettore.
Il romanzo fantascientifico che Piersanti sta scrivendo (e che ha lo stesso titolo del libro di Farina) si suppone ambientato in un futuro prossimo in cui i gay e le lesbiche hanno preso il potere e vietano i rapporti eterosessuali, considerandoli “contro natura”. Protagonista del romanzo è colui che si crede essere l’ultimo eterosessuale intento a sfuggire alla caccia datagli dalle forse di polizia.
La storia è volutamente sopra le righe e riecheggia perfettamente quelle di genere. A parte qualche sbavatura (come quelle in cui si usa la parola “pederasta” come sinonimo di “omosessuale” e in cui si definisce il protagonista “ultimo uomo” solo perché egli è un eterosessuale) e qualche ingenuità (come quella che vorrebbe gli eterosessuali convinti a diventare omosessuali da una forma di condizionamento che ricorda quello messo in atto nel film Arancia meccanica), il romanzo di Piersanti lascia, nel “lettore-reale” (ossia noi), il tempo che trova.
Diversamente, invece, avviene nelle menti dei “lettori-personaggi” dell’intreccio narrativo che si suppone abbia come protagonista l’autore Corradino Piersanti che si trova, suo malgrado (e proprio per le reazioni indotte nei “lettori-personaggi” dalla trama descritta nel romanzo che redige), a vivere situazioni paradossali che fanno riflettere noi “lettori-reali”. Piersanti, infatti, eterosessuale convinto, per una serie di circostanze viene creduto omosessuale e, per tale ragione, vivrà sulla propria pelle una serie di brutte esperienze tutte generate dalla diffusa e radicata omofobia esistente in Italia.
L’invasione degli ultragay (quello scritto da Corrado Farina), quindi, è un romanzo che (al di là del titolo fantascientifico) sa descrivere assai bene la realtà contemporanea italiana, non mancando di sottolineare tutti i malcostumi vigenti nel nostro Paese, da quelli della classe politica, a quelli degli operatori dell’informazione, passando da quelli delle persone comuni.

Written by Danilo Ruocco

2 Giugno 2009 alle 1:30 pm

Pubblicato in Letteratura

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La più checca di Roma

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Più riguardo a Alla fine di questo libro la mia vita si autodistruggeràAlla fine di questo libro la mia vita si auto-distruggerà del noto blogger Insy Loan (pseudonimo di Alessandro Michetti) è un romanzo (autobiografico) scritto con intelligente ironia e con spassosa verità.
Al centro della narrazione c’è Alessandro, un ragazzo di Chieti che, raggiunta la maggiore età, si trasferisce a Roma con la scusa di dover studiare all’Università. L’obiettivo principale del giovane non è certo la laurea (che non conseguirà, nonostante giunga a un esame dal traguardo), bensì quello di diventare un cittadino metropolitano e, soprattutto, quello di vivere appieno e serenamente la propria sessualità. E a Roma Alessandro si rivolge al circolo omosessuale Mario Mieli sia per iniziare il suo tragitto verso una piena accettazione di sé, sia, soprattutto, nella speranza di trovare un ragazzo con cui perdere la propria verginità. La sua passione da militante cresce con il tempo e, di pari passo, cresce anche la sua conoscenza dei locali gay della capitale. Conoscenza e frequentazione che lo porteranno a raggiungere un traguardo non perseguito, ma rivendicato con ironia una volta tagliato: quello di essere definito “la più checca di Roma”.
Il romanzo di Insy Loan racconta le esperienze di Alessandro con un pizzico di provocatoria sincerità. E la provocazione non nasce certo dal fatto che quelli raccontati siano fatti capitati a un gay, bensì per il fatto che ciò che è vissuto dal protagonista e dai suoi amici non è mai percepito dal lettore come qualcosa di sconveniente o estremo, bensì, tuttalpiù, come un fatto spiritoso. In altre parole, la sincerità e la lievità con cui Insy Loan conduce il racconto, fanno sì che il lettore percepisca il narrato come divertente e non come un fatto riconducibile alla sfera della trasgressione o della marginalità. Neppure i racconti di vita dell’efebico e travestito Mario (detto/a Marie de Saint Laurent) vengono narrati/letti come, perlomeno, sconvenienti, ma come fonte di benevola ilarità. In definitiva, la giovialità della scrittura di Insy Loan, forse inconsapevolmente, è provocatoria e ottiene l’invidiabile risultato di essere mimeticamente militante.
Pare superfluo aggiungere che se ne consiglia vivamente la lettura e che si spera che la vita del protagonista non si auto-distrugga affatto alla fine del libro!

Written by Danilo Ruocco

28 Maggio 2009 alle 11:36 am

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Un libro noioso

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Più riguardo a Il corpo odiato

Il corpo odiato

Il corpo odiato di Nicola Lecca è un libro brutto. Una storia che non emoziona e lascia il tempo che trova. Un romanzo che sa di falso e di stantio. Inutile e perfino noioso.
Si tratta della storia di un ragazzo che tenta di fuggire dal proprio malessere interiore, prima lasciando il paese natio alla volta di Parigi, e, dopo, tentando di lasciare il proprio corpo alla volta di una magrezza impossibile e pericolosa che crede vicina alla perfezione. Un ragazzo che soffre perché non si accetta. Non accetta né il proprio corpo (che giudica imperfetto), né la propria sessualità. Egli, infatti, è attratto dai ragazzi, ma solo da quelli con il corpo scolpito, con quel corpo perfetto che lui brama per sé.
Ovviamente, trattandosi di storia costruita a tavolino, essa ha anche un happy end rapido e appiccicaticcio: il ragazzo, ormai vicino alla morte, si innamora e innamora di sé uno splendido danzatore. Un ragazzo dal corpo perfetto e dalle parole ancor più giuste che gli fa capire che la perfezione può anche non emozionare.
Non contento di aver annoiato con una storia che sa di falso, Lecca, tramite apposita Nota, tiene anche a far sapere al suo lettore (ormai vinto dalla noia) che quella che ha letto è, appunto, una storia inventata; che la sua famiglia non è come quella descritta nel libro e che a lui il paese natio del protagonista del romanzo piace.
Chi se ne frega.

Written by Danilo Ruocco

23 Maggio 2009 alle 10:29 am

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Il Teatro di Figura

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Intervista a Giuseppe Cardascio della Bottega teatrale.

Written by Danilo Ruocco

20 Maggio 2009 alle 4:40 pm

Dal video al libro

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L’editoria visiva di Zero91

Intervista a Costantino Margiotta.

Written by Danilo Ruocco

19 Maggio 2009 alle 10:46 am

C’è crisi. C’è grande crisi

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Corrado Guzzanti

Corrado Guzzanti

Ieri sera Corrado Guzzanti ha presentato a Bergamo il suo nuovo spettacolo teatrale. Si tratta di un recital nel quale si esibisce nelle vesti di alcuni dei personaggi che lo hanno reso celebre e amato dal pubblico televisivo: ha, infatti, vestito i panni del ministro Tremonti, di Antonio Di Pietro, di Bertinotti, dell’inamovibile Prodi (fermo sulle sue posizioni), ma anche quelli di Gianfranco Funari, di un vescovo cattolico, di Vulvia (la presentatrice di “Rieducational Channel”) e del Profeta di Quelo. Il pubblico ha risposto con molto calore e alcuni dei personaggi (come Vulvia e il Profeta di Quelo) sono stati accolti con un vero e proprio boato.
Lo spettacolo è iniziato con l’imitazione del ministro Tremonti, vestito come un damerino del Settecento e seduto su un trono. Tra un “povca tvoia” e l’altro, il ministro ha spiegato come il Governo ci stia fregando, al di là della crisi mondiale e come gli italiani siano avvantaggiati rispetto agli altri popoli in quanto sempre in uno stato di emergenza. Interessante la sua teoria sui dischi volanti: essi, in realtà, sarebbero delle monete che economie superiori lanciano sulla Terra.
A seguire Bertinotti ha illustrato la nuova strategia della Sinistra italiana: diventare invisibile per attaccare meglio la Destra, allo stesso modo di un virus microscopico.
Formidabile l’intervento di Di Pietro: uno sproloquio davvero poco comprensibile.
Assolutamente geniale il collegamento video con Gianfranco Funari: il defunto “giornalaio” ha rivelato una serie di verità sul Paradiso.
Tra una imitazione e l’altra una serie di siparietti che Guzzanti ha recitato con Caterina Guzzanti (nei panni di una Miss Italia alquanto ignorante e del ministro Gelmini) e con Marco Marzocca che impersonava un prete impegnato ad aprire un dialogo con i giovani.
La satira di Guzzanti ha colpito, dunque, tutti: dalla Destra alla Sinistra, dalle posizioni medioevali del Vaticano a quelle superficiali di fedeli ed elettori italiani.
Uno spettacolo da vedere con al centro uno strepitoso Corrado Guzzanti.

Written by Danilo Ruocco

9 Aprile 2009 alle 7:05 pm

Un vecchio rompicoglioni

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Paolo Villaggio

Paolo Villaggio

Paolo Villaggio ha presentato ieri al pubblico del Teatro Donizetti il suo Paolo Villaggio. Vita morte e miracoli. Si tratta di un recital per voce sola nel quale Villaggio (anche autore e regista) racconta soprattutto la sua infanzia e giovinezza in quel di Genova. Anni passati accanto al fratello gemello, ai genitori, e all’amico Fabrizio (De Andrè). Ricordi che non danno luogo a uno spettacolo nostalgico e incline alla commozione, ma a uno spettacolo in cui si ride (e molto) sui vizi e le virtù dell’italiano medio, visti attraverso la vita di una famiglia piccolo borghese.
Nel raccontare, Villaggio assume il ruolo del vecchio bilioso e rompicoglioni che non le manda a dire, ma che, anzi, coglie l’occasione per togliersi qualche sassolino dalla scarpa. Esemplare, a questo proposito, il ricordo degli incontri casuali con Eugenio Scalfari: Villaggio racconta, da par suo, come Scalfari abbia, in tutte le occasioni, evitato di salutarlo. Un aneddoto che dà il via ai ricordi di “non-salutatori” dei gemelli Villaggio: due “carogne” che sarebbero morte pur di non salutare qualcuno.
Lo spettacolo, nella sua ultima parte, accenna anche alla vita di successi del Paolo Villaggio nazionale (il Fantozzi amato-odiato dagli italiani). Un successo tanto clamoroso da aver guarito Villaggio dalla “malattia” dell’invidia, malattia che, però, si è ripresentata da vecchio: invidia per i giovani…
In questa parte del recital Villaggio commenta delle fotografie che lo ritraggono accanto a personaggi famosi: il Fabrizio di cui si è detto; Pier Paolo Pasolini con cui ha giocato a calcio per cinque anni, ma che non gli ha mai rivolto la parola; il grandissimo Ugo Tognazzi che passava anche per grande cuoco, ma che, invece, era un avvelenatore; l’insuperabile Vittorio Gassman con il quale si ritroverà dopo la morte.
Uno spettacolo per nulla autocelebrativo che vale la pena di andare a vedere.

Written by Danilo Ruocco

30 Marzo 2009 alle 10:30 am

La scena come romanzo

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Alessandro Genovesi

Alessandro Genovesi

Happy family è una pièce teatrale che finge di essere un romanzo: il suo autore, Alessandro Genovesi, è anche presente in scena, dove recita la parte dell’autore di romanzo che racconta, in prima persona, la propria storia. Un autore che interloquisce con gli altri personaggi sia in veste di personaggio a sua volta e sia (in qualche modo pirandellianamente) in veste di autore. Personaggi che, in linea con la tradizione teatrale (e romanzesca), si rivolgono direttamente agli spettatori (lettori) per raccontare loro i propri pensieri, emozioni, paure. Soprattutto le paure: a inizio di spettacolo (a mo’ di “premessa”) l’Io narrante ci informa, infatti, che lo spettacolo è dedicato soprattutto a coloro che hanno paura… Paure che, alla fine, fanno ridere il pubblico, forse scaramanticamente, o forse perché in esse ci si può facilmente riconoscere, chi più e chi meno.
Alessandro Genovesi, di Happy family, non è solo l’autore e l’interprete protagonista, ma anche il regista. Tre funzioni impegnative portate a termine tutte con uguale bravura: il testo è scritto bene, con una lingua moderna ma non scadente; la recitazione è brillante e la regia attenta ai ritmi e sapiente nella resa di tutti i personaggi. Genovesi, alla sua prima prova come regista, è riuscito a non centrare l’intero spettacolo sulla sua figura di attore, ma a dare a ogni interprete il suo spazio, in modo che potesse agevolmente mettere in luce la storia del proprio personaggio.
A fianco di Genovesi un ensemble di attori tutti in parte.
Spettacolo da vedere.

Written by Danilo Ruocco

26 Marzo 2009 alle 1:01 am

Pubblicato in Teatro di prosa

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