Pubblicato il 2 Luglio 2008 di Danilo Ruocco
Ieri sera, nell’ambito del Festival Danza Estate, è andato in scena uno spettacolo geniale: Drosophila, clonerie scientifica sul moscerino della frutta per la coreografia, la regia e l’interpretazione di Rosita Mariani e Cinzia Severino.
Geniale l’idea di far diventare le drosophile (i moscerini della frutta), solitamente al centro di migliaia di esperimenti scientifici, protagoniste di uno spettacolo di teatro-danza (ovvero si potrebbe sintetizzare “dal vetrino al palcoscenico”).
Geniale l’idea di fare un parallelo tra la vita breve (15 giorni) delle drosophile e la vita media delle donne.
Geniale l’idea di mettere in competizione una drosophila “normale” con una geneticamente mutata dall’uomo e, perciò, diventata una “superdrosophila”.
Lo spettacolo è - come dice il titolo - condotto sul filo dell’ironia e riesce a far ridere il pubblico fin dall’inizio, ovvero fin da quando la voce fuori campo (di Paolo Chechi) invita a lavare e sterilizzare l’oggetto dell’esperimento scientifico e le due interpreti eseguono passandosi la crema su tutto il corpo e depilandosi. Si crea fin da subito, quindi, una discrasia tra le informazioni (non sempre veritiere) veicolate dalla voce fuori campo (che rimanda con il tono a quelle dei documentari in stile Quark) e quanto avviene sul palcoscenico. Una serie di trovate sceniche che, come detto, riescono, pur parlando di drosophile, ad alludere di continuo alla condizione femminile.
Ottima l’interpretazione delle due coreografe-danzatrici, salutata a fine spettacolo da un prolungato e meritato applauso.
Uno spettacolo da non mancare.
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Pubblicato il 28 Giugno 2008 di Danilo Ruocco
Serata hip hop ieri al Festival Danza Estate di Bergamo.
Hanno aperto le danze le allieve (tranne uno) del C.S.C. Anymore. Si sono esibite in un pezzo in cui si è tentato un confronto/amalgama tra una moderna danza del ventre e l’hip hop da strada. Il livello è stato quello di un saggio di fine anno, ma complessivamente gradevole.
A seguire hanno danzato i coreografi Ermanno Barnaba Di Buja, Silvia Iacono e Dolores Parisi, insegnanti del gruppo di giovanissime di cui si è detto. Con la loro energia e bravura sono riusciti a trascinare il pubblico.
Il clou della serata si è avuto quando sono saliti sul palco i bravissimi danzatori della compagnia La Route che hanno portato a Bergamo l’energia di Lifetime on stage per le coreografie di Caterina Felicioni. Lo spettacolo non presenta una storia, ma una serie di frammenti, di incontri tra persone. Il tutto con classe e bravura acrobatica. In particolare, nella prima parte dello spettacolo, la coreografia ha insistito su movimenti che potessero evidenziare la classe e la sensualità che è possibile esprimere anche per mezzo di una danza da strada come è l’hip hop. La seconda parte dello spettacolo, invece, ha messo l’accento sui movimenti acrobatici, sottolineando come l’hip hop sia anche una questione di giovani maschi che si sfidano a esibirsi in una serie di movimenti sempre più difficili. Il risultato è stato uno spettacolo trascinante e da non mancare.
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Pubblicato il 24 Giugno 2008 di Danilo Ruocco
Ieri sera, nell’ambito del Festival DanzaEstate 2008, la compagnia LucidoSottile ha presentato lo spettacolo Speradiserabeltemposi…rosso di e con Michela Sale Musio e Tiziana Troja. Si tratta di uno spettacolo di danza divertentissimo, nel quale le due danzatrici coreografe si fanno beffe della danza contemporanea presentando al pubblico bergamasco uno spettacolo di teatro danza. Una parodia che sconfina nella satira.
Quel che le due coreografe dicono è molto semplice: la danza contemporanea sta diventando un’arte sempre più di nicchia e, sostanzialmente, noiosa in quanto troppo autoreferenziale… Certo la soluzione non la si trova negli stacchetti ballati che passano in televisione, ma una de-concettualizzazione della danza contemporanea sembra ormai non solo irrinunciabile, ma non più rimandabile.
Si è detto che quello delle due coreografe è uno spettacolo di teatro danza: non solo le due danzatrici dimostrano di essere padrone delle tecniche della danza contemporanea, ma si cimentano (vincendo la sfida) anche con la recitazione e con il canto. Il risultato è uno spettacolo trascinante, con ottimi tempi comici che ha coinvolto il pubblico in sala.
Lunghi e meritati applausi al calar del sipario.
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Pubblicato il 20 Giugno 2008 di Danilo Ruocco
Esordio ieri sera della ventesima edizione del Festival Danza Estate che si è trasferito nella nuova sede del Polaresco di Bergamo.
A inaugurare il Festival c’era Raffaele Paganini e la Compagnia Almatanz, composta, in prevalenza, da giovanissimi danzatori. In programma era previsto Omaggio a Béjart e avrebbe dovuto danzare anche Grazia Galante che del grande coreografo da omaggiare è stata allieva. Per imprecisati motivi tecnici, però, Grazia Galante non si è esibita e delle coreografie di Maurice Béjart non si è vista l’ombra.
Lo spettacolo, quindi, si è limitato alla presentazione al pubblico delle coreografie un po’ scialbe firmate da Luigi Martelletta, interpretate in modo non del tutto convincente da Raffaele Paganini che è ha dato la spiacevole sensazione di non essere in piena forma.
Un senso di fresca giovinezza, invece, hanno trasmesso i danzatori della compagnia che, in Chiamiamolo Sud si sono esibiti da soli, riuscendo a coinvolgere il pubblico. Del gruppo, vale la pena ricordare Carlo Piacenza, Davis Rada e Riccardo Riccio.
In definitiva, chi ieri non è riuscito a essere presente all’apertura del Festival Danza Estate non ha molto di cui rammaricarsi.
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Pubblicato il 29 Aprile 2008 di Danilo Ruocco
Il ritorno di Sergio Pierattini è, tutto sommato, un testo ben riuscito: due dei quattro personaggi non sono del tutto convincenti, ma, nel complesso, il testo regge. I due personaggi un po’ carenti sono il padre e la figlia, le cui motivazioni o non sono del tutto sviscerate (nel caso delle figlia) o paiono un po’ labili (nel caso del padre). Ma a fronte di tali personaggi, ve ne sono due davvero ben riusciti: la madre e il figlio. Il conflitto che generano e vivono dà loro l’opportunità di spiegare le motivazioni del loro agire e delle loro reazioni agli avvenimenti (al contrario di quanto accade agli altri due personaggi penalizzati da una certa staticità).
Il lavoro di Pierattini è stato portato in scena da Veronica Cruciani che, oltre a firmare la regia dello spettacolo, ha anche assunto il ruolo della figlia. La sua è stata una regia sobria, tutta attenta a illuminare le ragioni dei personaggi. Ma, forse perché impegnata a dirigere gli altri attori, o forse a causa della fragilità insita nel suo personaggio (di cui si è detto), la sua interpretazione non è stata convincente.
Neppure Gigio Alberti è stato pienamente convincente e vale anche per lui il sospetto che a remargli contro sia stata la fragilità del suo personaggio.
Davvero lodevoli per incisività, invece, Milva Marigliano (una madre ansiosa e aggressiva) e Alex Cendron (un fratello pieno di rancore ma pronto ad aiutare colei che è stata la causa indiretta delle sue pene ma che resta pur sempre sua sorella).
Spettacolo da vedere e applaudire.
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Pubblicato il 12 Aprile 2008 di Danilo Ruocco
Il ramo d’acacia di Enrico Proserpio edito da Lulu (http://www.lulu.com/content/1170138) è un romanzo di formazione. Ambientato nel Fascismo, racconta del viaggio del giovane massone Ettore nella conoscenza: un viaggio sia reale (da Firenze a Parigi), sia simbolico (dall’inferno e ritorno). Ettore, alla fine del suo personalissimo percorso iniziatico, potrà dirsi un uomo giusto, un uomo che, seppur spinto da sentimenti di vendetta, di fronte al suo nemico saprà compiere la scelta più opportuna per sé e per gli altri.
Si è detto che il protagonista è un massone (l’acacia del titolo è la pianta sacra della Massoneria). L’ambientazione nel ventennio fascista, allora, non è di secondaria importanza: Mussolini, infatti, perseguitò gli appartenenti alla Massoneria, considerandoli pericolosi nemici del Fascismo anche in ragione del loro credo nella democrazia.
Ettore, giovane massone, suo malgrado diventa il protagonista di un “intrigo internazionale”: testimone oculare di un duplice omicidio, scampato a un duro pestaggio ad opera del comandante della squadraccia fascista autrice del delitto, Ettore si fa fuggiasco, sognando la vendetta. Passando da una città all’altra, viene in contatto con diversi fratelli massoni, ognuno dei quali gli trasmette parte del suo sapere. Ma la sete di conoscenza di Ettore si spegne anche presso altre fonti: uomo dalle larghe vedute, non snobba le conoscenze di un gruppo di rom…
Scritto in modo fluido, il primo romanzo di Enrico Proserpio è avvincente e ha il giusto ritmo. L’autore calibra assai bene tutti gli elementi della sua storia: suspence, storia d’amore, notizie storiche, scene di violenza e conoscenze rituali.
Se ne consiglia la lettura.
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Pubblicato il 29 Marzo 2008 di Danilo Ruocco
Già a inizio di secolo scorso essere vecchi poteva essere un problema: il mito della giovinezza andava, infatti, imponendosi. Essere giovani era già un dovere cui non ci si poteva sottrarre. Italo Svevo, attento lettore della società, ne aveva capito il dramma e ne ha scritto un’opera teatrale: La rigenerazione. Nel testo, un 76enne (per l’epoca un vecchio senza ombra di dubbio, oggi sarebbe appena un anziano) decide di farsi operare per poter guadagnare qualche anno di giovinezza (vigore sessuale compreso). Svevo tratta l’argomento con una certa leggerezza, anche se, qui e là, fa cadere qualche domanda cui non dà risposta: ad esempio, si chiede, se sia giusto che un giovane muoia per una malattia degenerativa mentre, invece, a un vecchio è concesso di tornare giovane.
A interpretare il pimpante vecchietto ci ha pensato Gianrico Tedeschi (in splendida forma fisica). Tedeschi ha saputo dare un giusto ritmo da commedia alla pièce, ritmo che è piaciuto molto agli spettatori. Il suo è stato un vecchio che finge morigeratezza, ma che in realtà sogna di portarsi a letto la serva di casa. Alla prima occasione, anzi, organizza un “festino” con Rita la cameriera, ma quando avrebbe dovuto concludere, si addormenta! In realtà, sembra dire Tedeschi (e Italo Svevo per mezzo suo), l’unica vera giovinezza cui si può accedere quando si è vecchi è quella della memoria: nel sogno e nel ricordo, infatti, il vecchietto è arzillo e “capace”, mentre nella realtà la vecchiaia prende il sopravvento.
A fianco di Tedeschi una buona compagnia di attori, tra cui si nominano solo Fulvio Falzarano (nel ruolo dell’inopportuno signor Enrico), Lidia Kozlovich (nel ruolo della moglie del pimpante vecchietto) e Sveva Tedeschi (nel ruolo della loro figliola).
Non del tutto riuscite le scene troppo spoglie di Pier Paolo Bisleri. Belle, invece, le musiche di Germano Mazzocchetti. Discreta la regia di Antonio Calenda.
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Pubblicato il 19 Marzo 2008 di Danilo Ruocco
Rumore rosa di Enrico Casagrande e Daniela Nicolò con Silvia Calderoni, Nicoletta Fabbri ed Emanuela Villagrossi è uno spettacolo di un’ora che parla di donne e dura 58 minuti di troppo.
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Pubblicato il 16 Febbraio 2008 di Danilo Ruocco

“Vi amo troppo e voi mi amate pochissimo” tale è la considerazione che Leonardo rivolge a Giacinta, sua futura sposa al calar del sipario sul primo tempo della Trilogia della Villeggiatura di Carlo Goldoni per la regia di Toni Servillo. Una frase che dà la dimensione della tragedia personale di Leonardo: consapevole di amare una ragazza che non lo ama, ma spinto dall’amore che prova per lei a sposarla e a esserne geloso. La regia di Servillo, infatti, mette in rilievo proprio l’amore infelice di Leonardo. Lo fa mettendo in posizione di preminenza (il calar del sipario) la battuta riportata e lo fa dando una rilevanza assoluta alla fisicità: a differenza di quanto si è soliti vedere nelle commedie goldoniane, infatti, gli attori della compagnia di Servillo si toccano, si abbracciano o si tengono a distanza. Giacinta accarezza (sensualmente) l’uomo di cui è innamorata (Gugliemo) e tiene a debita distanza l’uomo che diventerà suo marito. Il corpo - a differenza delle parole - non mente: Giacinta, infatti, dichiara verbalmente di amare Leonardo, ma con il linguaggio non verbale lo rifiuta, mentre accoglie Guglielmo che respinge a parole. Giacinta è frigida con Leonardo ma passionale con Gugliemo. Entrambi la amano ed entrambi sono destinati all’infelicità per causa sua: ella, infatti, sceglie di sposarsi con Leonardo perché più che l’amore è bene seguire le regole imposte dalle convenienze sociali. Giacinta, insomma, nella regia di Servillo, diventa una ragazza, tutto sommato, odiosa e scioccamente razionale (la mente prima del cuore, questo potrebbe essere il suo motto).

Una regia, quella di Servillo, raffinata, colta ed elegante, supportata da costumi bellissimi (di Ortensia De Francesco) e da scene altrettanto belle (di Carlo Sala). La recitazione imposta agli attori va brevemente analizzata: i ragazzi sono apparsi convincenti, mentre le ragazze no. Anna Della Rosa nel ruolo di Giacinta è apparsa distante, razionale e isterica. Una chiave di lettura del suo personaggio, indubbiamente, ma non è stato del tutto convincente il modo dell’attrice di realizzarla. In altre parole, Anna Della Rosa è apparsa falsa. Anche Eva Cambiale (Vittoria) ha tenuto una recitazione troppo sopra le righe, costantemente isterica. Buone, invece, le prove di Andrea Renzi (un Leonardo a tratti infantile, a tratti consapevole) e Tommaso Ragno (un Gugliemo a volte comico per la sua serietà e compostezza). Ottima l’interpretazione di Betti Pedrazzi (Sabina volitiva e comicamente sensuale) e quella di Paolo Graziosi (un tenero e svagato Filippo). Di livello superiore quella di Toni Servillo (un Ferdinando affettato, effeminato e cicisbeo).
Spettacolo da non mancare.
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Pubblicato il 7 Febbraio 2008 di Danilo Ruocco
Chisciotte e gli invincibili di Erri De Luca potrebbe essere uno spettacolo coinvolgente e con i ritmi giusti se in scena non ci fosse Erri De Luca: il noto scrittore, infatti, è padrone della parola scritta, ma digiuno dell’arte oratoria e dell’attore. Le sue parole che, presumibilmente sulla pagina prendono vita, nella sua bocca muoiono zoppicando e trascinandosi. Non lo aiutano né la dizione incerta, né la memoria e neppure la voce tutt’altro che stentorea. In definitiva, quando Erri De Luca dice le sue (e le altrui) parole diventa penosamente noioso. Altra cosa, si crede, sarebbe lo stesso spettacolo se a recitarlo fosse un attore vero o, anche solo, un vero attore: le parole di De Luca prenderebbero vita e forma e risuonerebbero vere in teatro.
Fortunatamente De Luca non è solo in scena: al suo fianco ci sono il cantautore Gianmaria Testa (che canta i versi di grandi poeti del Novecento da lui stesso musicati: la poesia è parola e la parola è musica) e il clarinettista Gabriele Mirabassi. Due artisti che sanno tenere la scena e imprimerle un ritmo appropriato.
Il pubblico del Teatro Donizetti di Bergamo è stato largo d’applausi e ha ottenuto anche il bis.
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Pubblicato il 6 Febbraio 2008 di Danilo Ruocco
Ho importato qui da Tiscali i post che ho scritto per Cultura Italia: con WordPress, infatti, è possibile mettere on line una serie diversa di materiali con una rapidità e semplicità quasi uniche. Ciò consentirà a Cultura Italia di arricchirsi di contenuti finora non pubblicati, come, ad esempio,i video.
Nel fare il passaggio dell’archivio dei post da una piattaforma all’altra, purtroppo, si sono verificati degli inconvenienti, primo fra tutti la perdita dei commenti, oltre a quella delle immagini associate alle recensioni. Da segnalare, poi, il fatto che gli apostrofi sono scomparsi.
Finora ho inserito a mano, post per post, categorie d’appartenenza e tag relativi. Le correzioni ortografiche saranno più lente, perché più difficili e impegnative da scovare: ogni segnalazione è bene accolta.
Non resta che augurare buona lettura/visione e sperare in un’ampia partecipazione.
Danilo
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Pubblicato il 25 Febbraio 2007 di Danilo Ruocco
Davvero bella la regia di Francesco Rosi per Le voci di dentro di Eduardo De Filippo con Luca De Filippo nel ruolo principale. Con lo scenografo Enrico Job, Rosi costruisce un mondo che è reale, ma che dà spazio anche al sogno: la scena riproduce, infatti, in modo realistico un interno (prima la cucina della famiglia Cimmaruta e poi la stanza-deposito dei Saporito), che si apre anche al sogno: all’occorrenza, infatti, possono essere visualizzati i sogni raccontati dai personaggi della pièce. Rosi, insomma, introduce l’elemento onirico in una scena realistica, accentuando il contrasto tra ciò che è sogno e ciò che è vita, ma, contemporaneamente mischiando le carte in quanto l’irrealtà del sogno viene mostrata allo spettatore nello stesso contenitore scenico che contiene anche la realtà oggettiva. Rosi, in tal modo, visualizza l’assunto del testo di Eduardo: a volte non è possibile distinguere ciò che è reale da ciò che non lo è, perché, a volte, ciò che non è reale è realistico quanto ciò che reale invece è. Le voci di dentro, infatti, mette in scena la storia di Alberto Saporito (stupendamente impersonato da Luca De Filippo) che è tanto convinto della verità di ciò che ha sognato da andare al commissariato a sporgere denuncia per omicidio. Egli, infatti, è convinto che i suoi vicini di casa (i Cimmaruta) abbiano assassinato un suo amico. In realtà ha sognato e se ne rende conto solo dopo aver sporto denuncia… Ma il bello della pièce è che in fondo Alberto ci ha visto giusto: i suoi vicini sono dei potenziali assassini. Infatti, essi, convinti che uno della famiglia abbia davvero commesso il delitto, non esitano a organizzare l’omicidio di Alberto pur di farla franca. Assolutamente emozionante il quadro finale: Alberto, dopo aver schiaffeggiato il fratello Carlo (ottimamente impersonato da Marco Manchisi), si riappacifica con lui semplicemente prendendogli la mano e tenendola. Un gesto semplice e carico di signisicato. Oltre a Luca De Filippo e Marco Manchisi, meritano una menzione anche i bravi Antonella Morea, Anna Moriello, Gigi Savoia e Carolina Rosi.
Uno spettacolo da vedere.
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Pubblicato il 4 Febbraio 2007 di Danilo Ruocco
Ho avuto la fortuna di poter assistere da spettatore a varie edizioni dell’Arlecchino servitore di due padroni di Carlo Goldoni per la regia di Giorgio Strehler. Le ho trovate tutte bellissime e coinvolgenti. In tutte Arlecchino era Ferruccio Soleri. Un grande. Un attore che – nonostante l’età – quando indossa la maschera si trasforma in un bambino. Sì, perché ogni volta che assisto a una sua performance, ho sempre la sensazione che il suo Arlecchino non abbia nulla dell’aspetto diabolico della maschera primigenia e, ancor meno, sia l’incarnazione del servo sciocco. La maschera di Soleri è quella di un bambino tenero e ingenuo che si arrabatta per sbarcare il lunario, per fare giornata. Un bambino che crede furbo il diventare servitore di due padroni (in quanto si aspetta di poter mangiare il doppio) e che scopre che, invece, servire due padroni significa buscarle da entrambi. Un bambino magnifico che con la sua innocenza riesce a trascinare nel suo gioco spettatori adulti e piccini. E il gioco di Soleri-Arlecchino si ingloba nel gioco pensato da Strehler per la sua regia: quello del teatro nel teatro. Una compagnia di comici dell’arte, infatti, sta portando in scena il testo di Goldoni e lo fa pensando al teatro come a un grande gioco. Un gioco realizzato per divertire il pubblico. Non c’è malinconia nell’edizione ora sulle scene (quella del sessantesimo dello spettacolo): il mondo del teatro si è, in certo qual modo, pacificato con il mondo e lo sollecita a guardare alla vita con una certa positiva e distaccata ironia che non rifugge dal gioco e dal divertimento. Solo nella scena finale, quando Arlecchino scompare, c’è una nota di tristezza; nota che viene annullata dalla subitanea ricomparsa in scena di Arlecchino: il bambino giocoso sconfiggerà la malinconia e la tristezza.
Spettacolo da vedere e rivedere.
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Pubblicato il 14 Gennaio 2007 di Danilo Ruocco
Servono davvero poche parole per invitare alla visione dello spettacolo Gli ultimi saranno ultimi con Paola Cortellesi: lei è bravissima e il testo di Massimiliano Bruno ne mette in luce le qualità. Bella anche la regia di Giampiero Solari e Furio Andreotti: discreta e incisiva allo stesso tempo. Che dire di più? Non resta che specificare che, del testo, la Cortellesi interpreta tutti i personaggi, caratterizzando ognuno di loro con una parlata dialettale differente (un espediente un po’ abusato in casi del genere, ma efficace quando gestito bene). Ovviamente la Cortellesi non si limita ai personaggi femminili, ma interpreta anche quelli maschili (forse con minore convinzione, in quanto rischia la macchietta. Ma, forse, è il personaggio così come è uscito dalla penna dell’autore a essere macchiettistico…). Assolutamente convincente nel ruolo del viado Manuela: sensuale e cinico. Da brividi, infine, nel ruolo della partoriente neo-disoccupata che minaccia gli altri personaggi armi in pugno. Il testo affronta una tematica scomodamente di attualità: quella dei lavoratori precari. Il punto di vista assunto è quello del precario esasperato che si ritrova in mezzo a una strada da un giorno all’altro perché il suo contratto è scaduto. L’esasperazione può condurre a gesti eclatanti che, però, non risolvono: che ne sarà, infatti, della neo-mamma con la pistola dopo che sarà uscita dal pronto soccorso? Lo spettacolo dà – indirettamente – un’unica risposta: il suo gesto sarà solo l’occasione per una trasmissione televisiva in più… Lunghi e meritati applausi al calar del sipario sulla replica del Teatro Donizetti.
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Pubblicato il 9 Dicembre 2006 di Danilo Ruocco
Grande, grandissimo Silvio Orlando. Lo si afferma uscendo da teatro dopo averlo visto recitare in Questi fantasmi! di Eduardo De Filippo per la regia sapiente e discreta di Armando Pugliese. Silvio Orlando, noto e apprezzato attore cinematografico, interprete squisito di film come Il portaborse, Palombella rossa, Sud, La stanza del figlio…, in Questi fantasmi! ha dato una magnifica prova della sua arte. Una prova che risulta ancora più vincente se si pensa che recitare in un testo del grande Eduardo vuol dire, inevitabilmente, mettersi a confronto con il Maestro. Orlando la prova la supera a pieni voti: vedendolo recitare non si sente neppure per un istante la mancanza di Eduardo in scena. La recitazione di Orlando non tenta mai di fare il verso a Eduardo, ma resta la recitazione di Orlando così come abbiamo avuto modo di apprezzare al cinema. Il Pasquale Lojacono di Orlando è un uomo che assume un’indeterminatezza e un’ambiguità marcata: mai il pubblico è sicuro del fatto che egli creda davvero alla presenza dei fantasmi nell’appartamento di 18 stanze che è stato chiamato a occupare, oppure che approfitti della situazione e voglia credere che l’amante della moglie è un fantasma. Una indeterminatezza e un’ambiguità che verso il finale si carica di amarezza. E la risata finale sulla quale cala il sipario lascia davvero l’amaro in bocca. Cosa esprime quella risata di Lojacono con i soldi in mano?: con quella risata afferma di essere un povero diavolo o un farabutto? Grande Orlando a lasciare il pubblico con la domanda sulla quale Eduardo ha costruito tutta la pièce. Questi fantasmi!, infatti, senza tale indeterminatezza sarebbe solo una esile e povera farsa. Con tale tarlo del dubbio, invece, assume un qualcosa di pirandelliano che, volutamente, si accentua con l’entrata in scena della famiglia dell’amante della moglie del protagonista: un ingresso che richiama I sei personaggi in cerca d’autore di Luigi Pirandello. Nella memoria del pubblico, oltre alla scena dell’apparizione della famiglia ora citata, resteranno almeno altre due scene: quella celebre della tazzina di caffè gustata sul terrazzino e quella della “sparizione” delle 2000 lire. Scene nelle quali Orlando è stato irresistibile. Spettacolo da non perdere.
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