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Traviata esempio di fedeltà

Traviata finale Primo Tempo
Ieri pomeriggio, al Teatro Donizetti di Bergamo, è stato il trionfo di Traviata di Giuseppe Verdi. Nel ruolo del titolo la strepitosa Irina Dubrovskaya della quale si dirà semplicemente che era Violetta. Nei panni di Alfredo il bravo Antonio Gandia, in quelli di Giorgio l’altrettanto bravo Giuseppe Altomare. All’altezza tutto il resto del cast (la replica vedeva in scena la seconda compagnia). Tutti cantanti (a partire dai ruoli principali, per finire con i coristi) hanno saputo unire il canto con la recitazione, creando uno spettacolo davvero emozionante.
Maestro concertatore e direttore d’orchestra era Bruno Cinquegrani; regista Paolo Panizza, scenografo Italo Grassi e costumista Carmela Lacerenza. Per tutti costoro un plauso speciale. Impeccabile l’esecuzione orchestrale, bellissimi i costumi (specie quelli indossati dalla protagonista), funzionali, oltre che belle, le scene.

Traviata finale Secondo Tempo
L’ambientazione voluta dal regista era leggermente spostata in avanti rispetto a quella pensata da Verdi per la prima versione dell’opera (1853): la scena, infatti, ricorda gli ambienti Bella époque.
Ma, al di là degli arredi, ciò che colpisce è la predominanza assoluta in scena della forma circolare. Il letto/divano/palcoscenico era a forma di cerchio, così come le porte e le finestre. Perfino le decorazioni alle parete dei vari ambienti previsti dalla pièce erano circolari.
Una scelta che non può essere casuale, come non casuale il fatto che tutti gli atti terminano con Violetta “incastonata” in un cerchio (ovvero, quello creato dalla testata del letto per il Primo Tempo; quello del paravento della casa di campagna del Secondo Tempo e quello della grande vetrata dell’ultimo Tempo). Inevitabile l’associazione del cerchio all’anello nuziale, la fede. Ecco, allora, che la lettura registica dell’opera rimanda prepotentemente al cambiamento di vita operato da Violetta: da Traviata, da mantenuta d’alto bordo, Violetta si trasforma in fedele compagna di Alfredo, capace, per amore, di sacrificare la propria gioia per il bene sociale del proprio compagno. Una lettura forte e del tutto aderente alle intenzioni dell’autore che si rifiutò di intitolare l’opera Violetta a favore del più crudo Traviata, proprio in quanto era sua intenzione evidenziare come una prostituta potesse fare emergere l’inconsistenza e la pericolosità della morale borghese.
Meritata ovazione al calar della tela.
Spettacolo da non mancare.

Traviata finale Terzo Tempo
Quadri animati per una vendetta da Re
Ha preso il via la stagione lirica del Teatro Donizetti con la realizzazione de La favorite di Gaetano Donizetti per la direzione musicale del Maestro Marco Zambelli, la regia teatrale di Lamberto Puggelli e l’interpretazione canora-attorale di Adriana Mastrangelo (Léonor), Antonio Gandía (Fernand), Mario Cassi (Alphonse), Gabriella Locatelli Serio (Inès) e Francesco Palmieri (Balthazar).
Si tratta della versione originale in francese de La favorita, opera che Donizetti compose di fretta, facendo ampio ricorso al riciclo di interi passaggi già musicati per altre sue opere o che stava musicando in contemporanea. Un metodo di lavoro che, per il compositore bergamasco, non era inusuale… Il risultato è un’opera a tratti musicalmente discontinua, ma comunque orecchiabile. Sicuramente non un capolavoro.
La storia è quella di Léonor, favorita del re, che ama, riamata, Fernand, il quale, credendola di stirpe reale, combatte i nemici del re Alphonse per ottenere gloria a sufficienza da consentirgli di chiedergli la mano di Léonor. Scoperto il tradimento di quest’ultima, Alphonse (che era pronto a condurre la favorita all’altare) ordisce una “vendetta da re”: concede in moglie all’ignaro Fernand la maitresse, minando, in tal modo irrimediabilmente il di lui onore. A Fernand, scoperta la verità, non resta che ritirarsi in convento…
La riproposta del titolo originale all’interno del “Bergamo Musica Festival” si caratterizza per essere una messinscena di onesto lavoro artistico, nella quale la parte del leone l’ha fatta il direttore d’orchestra Marco Zambelli che ha firmato una partitura a tratti trascinante e sempre molto bene eseguita. Il suo lavoro è stato (giustamente) molto apprezzato dal pubblico.
Il regista Puggelli ha immerso l’azione in una serie di quadri monocromatici disegnati dallo scenografo Paolo Bregni nei quali spiccavano i variopinti costumi degli interpreti (davvero molto belli). I vari ambienti erano realizzati per mezzo dell’alternarsi di siparietti-fondali sui quali erano disegnati i quadri di cui si è detto.
La resa canora degli interpreti non è stata sempre brillante. Anzi, va detto che Antonio Gandía ha dimostrato nel primo atto di avere qualche incertezza che il pubblico non ha lasciato passare sotto silenzio. Anche Adriana Mastrangelo non ha convinto tutti gli spettatori in uguale misura. Ad ogni modo, al calar del sipario sui quattro atti dello spettacolo, in considerazione anche dell’esibizione in crescendo degli interpreti, i cantanti sono stati acconti con un caloroso e prolungato battimani.




