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Massimo Dapporto nei Due gemelli

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I due gemelli veneziani

I due gemelli veneziani

Va da sé che, per realizzare bene sul palcoscenico I due gemelli veneziani di Carlo Goldoni c’è bisogno di un attore protagonista che sappia il fatto suo. Un interprete in grado di passare dal gemello sciocco (Zanetto) a quello savio (Tonino) in un battibaleno. Un attore, come Massimo Dapporto (davvero grande), che sappia caratterizzare ognuno dei gemelli con pochi ma significativi tratti: ad ognuno dei gemelli donare un proprio modo di camminare, di parlare, di gesticolare. E Dapporto, appunto, ha saputo calarsi nei due gemelli da par suo e, senza bisogno di cambiarsi d’abito, ma affidandosi alla mimica, alla gestualità, alla modulazione della voce, ha reso ognuno dei personaggi riconoscibile dal pubblico.
Il regista Antonio Calenda ha voluto sottolineare la bravura del suo interprete per mezzo di una scena neutra (opera di Pier Paolo Bisleri) che, con pochi accorgimenti, potesse ricreare un interno borghese e una strada di città (la vicenda si finge in Verona, ma la scena dello spettacolo non vi allude in alcun modo). Una scelta in questo caso felice e vincente anche e soprattutto perché accanto a Massimo Dapporto c’è una compagnia di primo livello: attori tutti “in parte”, affiatati e credibili che hanno reso la visione dello spettacolo appassionante anche quando Dapporto non era in scena.
Da notare ed elogiare senza riserve l’Arlecchino di Adriano Braidotti: erano anni che, personalmente, di fronte a un Arlecchino non rimpiangevo il grande Ferruccio Soleri (e con ciò si crede di aver detto tutto).
Una menzione particolare merita anche Alessandra Raichi nel ruolo di Rosaura. Bravi, davvero, tutti gli altri.
Belli i costumi di Elena Mannini e, appropriate le musiche di Germano Mazzocchetti.
Spettacolo da non mancare.

Written by Danilo Ruocco

15 Marzo 2009 alle 11:56 am

Un Sior Todero esangue e lugubre

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Giulio Bosetti

Giulio Bosetti

Assiso su una poltrona/trono Sior Todero detta legge ai suoi familiari e ai servitori. Da vecchio despota rancoroso, bilioso e avaro, Sior Todero pensa solo a se stesso, ai suoi interessi, credendosi immortale. Ognuna delle persone che gli sta attorno deve portargli un interesse e deve servirlo senza lamentarsi, possibilmente non chiedendo alcunché in cambio. Tutto e tutti devono poter essere spremuti fino all’ultima goccia di sangue e, vedendo la versione del Sior Todero brontolon di Carlo Goldoni firmata da Giuseppe Emiliani, potrebbe venire il sospetto che Sior Todero si nutra di sangue, sorta di Dracula ante litteram. Ma, ovviamente, Sior Todero non si nutre di sangue, in quanto è pur sempre un personaggio goldoniano: cattivo non potrà mai essere fino in fondo, né invincibile e neppure immortale. Anzi, prima o poi, il vecchio morirà e gli altri potranno, finalmente, respirare (è una battuta pronunciata dal figlio). Per ora, però, il vecchio fa il buono e il cattivo tempo o, almeno, è convinto di poter fare: contro di lui, se nulla possono gli uomini della commedia (che, come spesso in Goldoni, son privi di polso), si muovono le due donne di una certa età della pièce che riescono ad averla vinta…
La regia di Emiliani dell’opera goldoniana ha insistito sui toni lugubri e su tempi rallentati: nessuna concessione al Settecento di maniera, ma sobrietà “seicentesca” nei mobili (una sedia/trono, due cassapanche lignee e una scrivania) e nei costumi (a eccezion fatta per quello di Meneghetto: un rosso  vivo che richiama la vita, il sangue che pulsa). Tutto è ingrigito, in qualche modo, invecchiato. Vecchio, vecchissimo il Sior Todero di Giulio Bosetti e vecchio il servitore Gregorio (Franco Santelli).
Giulio Bosetti ha vestito i panni del vecchio in modo egregio. Pallido, incerto nei movimenti ed esangue, voce roca; piglio da dittatore abituato a regnare dalla sua camera/plancia-di-comando. A dargli filo da torcere le due donne di cui si è detto, molto bene interpretate da Marina Bonfigli (Fortunata) e da Nora Fuser (Marcolina). Assolutamente all’altezza tutti gli altri interpreti.
Bella e inquietante la scena di Nicola Rubertelli: dominata dai colori grigi, ha creato un ambiente poco veneziano e molto vicino a una casa/prigione. Una casa dove guardarsi perennemente le spalle.
Applausi al calar del sipario.

Written by Danilo Ruocco

10 Dicembre 2008 alle 12:53 pm

L’amore infelice di Leonardo

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Toni Servillo

“Vi amo troppo e voi mi amate pochissimo” tale è la considerazione che Leonardo rivolge a Giacinta, sua futura sposa al calar del sipario sul primo tempo della Trilogia della Villeggiatura di Carlo Goldoni per la regia di Toni Servillo. Una frase che dà la dimensione della tragedia personale di Leonardo: consapevole di amare una ragazza che non lo ama, ma spinto dall’amore che prova per lei a sposarla e a esserne geloso. La regia di Servillo, infatti, mette in rilievo proprio l’amore infelice di Leonardo. Lo fa mettendo in posizione di preminenza (il calar del sipario) la battuta riportata e lo fa dando una rilevanza assoluta alla fisicità: a differenza di quanto si è soliti vedere nelle commedie goldoniane, infatti, gli attori della compagnia di Servillo si toccano, si abbracciano o si tengono a distanza. Giacinta accarezza (sensualmente) l’uomo di cui è innamorata (Gugliemo) e tiene a debita distanza l’uomo che diventerà suo marito. Il corpo – a differenza delle parole – non mente: Giacinta, infatti, dichiara verbalmente di amare Leonardo, ma con il linguaggio non verbale lo rifiuta, mentre accoglie Guglielmo che respinge a parole. Giacinta è frigida con Leonardo ma passionale con Gugliemo. Entrambi la amano ed entrambi sono destinati all’infelicità per causa sua: ella, infatti, sceglie di sposarsi con Leonardo perché più che l’amore è bene seguire le regole imposte dalle convenienze sociali. Giacinta, insomma, nella regia di Servillo, diventa una ragazza, tutto sommato, odiosa e scioccamente razionale (la mente prima del cuore, questo potrebbe essere il suo motto).

Toni Servillo e Betti Pedrazzi

Una regia, quella di Servillo, raffinata, colta ed elegante, supportata da costumi bellissimi (di Ortensia De Francesco) e da scene altrettanto belle (di Carlo Sala). La recitazione imposta agli attori va brevemente analizzata: i ragazzi sono apparsi convincenti, mentre le ragazze no. Anna Della Rosa nel ruolo di Giacinta è apparsa distante, razionale e isterica. Una chiave di lettura del suo personaggio, indubbiamente, ma non è stato del tutto convincente il modo dell’attrice di realizzarla. In altre parole, Anna Della Rosa è apparsa falsa. Anche Eva Cambiale (Vittoria) ha tenuto una recitazione troppo sopra le righe, costantemente isterica. Buone, invece, le prove di Andrea Renzi (un Leonardo a tratti infantile, a tratti consapevole) e Tommaso Ragno (un Gugliemo a volte comico per la sua serietà e compostezza). Ottima l’interpretazione di Betti Pedrazzi (Sabina volitiva e comicamente sensuale) e quella di Paolo Graziosi (un tenero e svagato Filippo). Di livello superiore quella di Toni Servillo (un Ferdinando affettato, effeminato e cicisbeo).
Spettacolo da non mancare.

Written by Danilo Ruocco

16 Febbraio 2008 alle 10:52 am

Arlecchino magnifico

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Ho avuto la fortuna di poter assistere da spettatore a varie edizioni dell’Arlecchino servitore di due padroni di Carlo Goldoni per la regia di Giorgio Strehler. Le ho trovate tutte bellissime e coinvolgenti. In tutte Arlecchino era Ferruccio Soleri. Un grande. Un attore che – nonostante l’età – quando indossa la maschera si trasforma in un bambino. Sì, perché ogni volta che assisto a una sua performance, ho sempre la sensazione che il suo Arlecchino non abbia nulla dell’aspetto diabolico della maschera primigenia e, ancor meno, sia l’incarnazione del servo sciocco. La maschera di Soleri è quella di un bambino tenero e ingenuo che si arrabatta per sbarcare il lunario, per fare giornata. Un bambino che crede furbo il diventare servitore di due padroni (in quanto si aspetta di poter mangiare il doppio) e che scopre che, invece, servire due padroni significa buscarle da entrambi. Un bambino magnifico che con la sua innocenza riesce a trascinare nel suo gioco spettatori adulti e piccini. E il gioco di Soleri-Arlecchino si ingloba nel gioco pensato da Strehler per la sua regia: quello del teatro nel teatro. Una compagnia di comici dell’arte, infatti, sta portando in scena il testo di Goldoni e lo fa pensando al teatro come a un grande gioco. Un gioco realizzato per divertire il pubblico. Non c’è malinconia nell’edizione ora sulle scene (quella del sessantesimo dello spettacolo): il mondo del teatro si è, in certo qual modo, pacificato con il mondo e lo sollecita a guardare alla vita con una certa positiva e distaccata ironia che non rifugge dal gioco e dal divertimento. Solo nella scena finale, quando Arlecchino scompare, c’è una nota di tristezza; nota che viene annullata dalla subitanea ricomparsa in scena di Arlecchino: il bambino giocoso sconfiggerà la malinconia e la tristezza.
Spettacolo da vedere e rivedere.

Written by Danilo Ruocco

4 Febbraio 2007 alle 5:03 pm

La locandiera di Goldoni messa in scena da Visconti

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Federica Mazzocchi, “La locandiera” di Goldoni per Luchino Visconti, ETS. La sera del 2 ottobre 1952 al Teatro La Fenice di Venezia esordiva La locandiera di Carlo Goldoni per la regia di Luchino Visconti. Nel ruolo del titolo c’era Rina Morelli, in quello del Cavaliere di Ripafratta un giovanissimo Marcello Mastroianni, in quello del Marchese di Forlipopoli Paolo Stoppa, il Conte d’Albafiorita era un Gianrico Tedeschi fresco d’Accademia e Fabrizio era un giovanotto di nome Giorgio De Lullo. Uno spettacolo destinato a chiudere un’epoca e ad aprirne un’altra, quella nella quale Carlo Goldoni smise di essere considerato dai più come un autore di repertorio delle compagnie dialettali venete, per diventare universalmente un classico della scena nazionale. Uno spettacolo che fece piazza pulita della allora in voga maniera ballettistica di mettere in scena l’autore veneziano (fatta di mossette, prese di tabacco, inchini e riverenze, “brio”) e introdusse (non solo sulle scene, ma anche negli studi critici) una nuova e più produttiva chiave di lettura dell’opera goldoniana: il realismo. E che Visconti avesse visto giusto lo confermò nel 1954 Giorgio Strehler (creatore, nel 1947, dell’Arlecchino servitore di due padroni con il quale aveva riletto la Commedia dell’Arte) autore, quell’anno, di una Trilogia della villeggiatura in cui gli spunti viscontiani furono tradotti in un realismo del tutto personale. Uno spettacolo, quindi, quello realizzato da Visconti che fece epoca. A tale messinscena dedica un saggio davvero molto bello Federica Mazzocchi. In esso, la studiosa ricostruisce l’attività di regista teatrale di Luchino Visconti, attività per mezzo della quale «lo spettacolo conferma una propria autonomia linguistica ed estetica, e la regia conquista una forte impronta autoriale»; si sofferma sulle letture critiche della Locandiera di Goldoni a partire proprio da quella fatta dall’autore nelle proprie Memorie francesi; per poi affrontare con coraggio una ricostruzione dello spettacolo viscontiano. Per tale impresa (e chi si occupa di studi teatrologici sa quanto essa possa essere difficile) la Mazzocchi si è avvalsa delle poche tracce documentarie rimaste (qualche copione di scena, degli appunti di mano del regista, le recensioni apparse all’epoca, le foto di scena e i ricordi degli attori), ma è riuscita lo stesso a restituire al lettore il senso della novità di quello spettacolo, provocatorio sotto tanti punti di vista: dalla scelta dell’attrice protagonista (non certo un’attrice formosa e avvenente come il ruolo di solito esigeva); passando dall’impianto scenografico (frutto della contaminazione del settecentesco Pietro Longhi con il novecentesco Giorgio Morandi) e arrivare alla caratterizzazione in senso psicologico e realistico dei personaggi. Un saggio, quello della Mazzocchi, che si consiglia non solo agli specialisti, ma a quanti amano Visconti e il teatro novecentesco in genere.

Leggi anche: Il teatro di Goldoni sulle scene italiane del Novecento

Written by Danilo Ruocco

4 Gennaio 2005 alle 11:49 am

Mauri inventa ‘Il Bugiardo’ di Goldoni

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Il bugiardo

Il bugiardo

Il Bugiardo di Carlo Goldoni, commedia in prosa in tre atti fu rappresentata per la prima volta a Mantova il 23 maggio 1750 e deve molto a Le menteur di Pierre Corneille, commedia in versi in cinque atti rappresentata per la prima volta a Parigi nel 1643. La storia al centro della vicenda, molto probabilmente, ai tempi di Goldoni aveva una forte componente educativa e lasciava il pubblico mercantile di Venezia con il forte senso di soddisfazione derivante dal fatto che il bugiardo del titolo viene alla fine smascherato. Il pubblico di oggi, erede del romanticismo, invece, può arrivare a prendere le parti del bugiardo cronico, in quanto egli, nel suo agire, è spinto dal desiderio di sposare la donna amata (da cui è riamato) e di godere della vita, consapevole che l’attimo è fuggente. Infatti, Lelio il bugiardo, invaghisosi prima e innamoratosi poi di Rosaura, mente per poter far colpo su di lei. Lelio, però, con il suo mentire a tutti e su tutto, boigotterà inconsapevolmente il proprio matrimonio con Rosaura organizzato, così come all’epoca era d’uso, all’insaputa dei giovani dai rispettivi genitori. Il finale è amaro… Il Bugiardo firmato da Glauco Mauri come regista è davvero un bello spettacolo. Belle le interpretazioni di tutti gli attori, a iniziare da Mauri stesso che veste i panni di un Pantalone padre amorevole. Bravo Roberto Sturno nei panni di Lelio. Ma bravi davvero tutti gli altri componenti del cast: Mino Manni (un Ottavio temperamentoso), Nicola Bortolotti (un Florindo timido e infantile), Giulio Pizzirani (un Dottor Balanzoni irresistibile), Federica Bonani (Rosaura), Cristina Arnone (Beatrice), Daniele Griggio (Brighella), Leonardo Petrillo (Arlecchino), Cristina Andreis (Colombina).Ma bello Il Bugiardo di Goldoni lo è anche e, forse, soprattutto per le “spiritose invenzioni” (per usare un tormentone del testo) del regista Glauco Mauri, coaudiuvato nell’impresa da Alessandro Camera autore di scene e costumi. Va detto che la regia di Mauri è lontana sia dal realismo goldoniano, sia dal ballettismo con cui alcuni hanno creduto di poter rendere un Settecento di maniera. Ciò che il pubblico vede è suggestivo per quanto contraddittorio: suggestivo per le invenzioni fantasiose che tendono a rendere in scena l’animo “leggiadro” del bugiardo del titolo; contraddittorio in quanto Mauri borghesizza le maschere in scena (togliendo loro le maschere e i costumi caratteristici della Commedia dell’Arte), ma, contemporaneamente, le immerge in un contesto fiabesco. In tal modo, ad esempio, Pantalone e il Dottore viaggiano su gondole con ruote e motore (una sorta di city car) e i cambi di scena sono “facilitati” dall’arrivo di quattro piccole mongolfiere. Una vena inventiva che dà la piacevole sensazione di essere finiti in un disegno di un bambino geniale e fantasioso.Lunghi applausi del pubblico al calar del sipario.

Written by Danilo Ruocco

17 Dicembre 2004 alle 3:26 pm