Posts Tagged ‘Eduardo De Filippo’
Sogno o/e realtà
Davvero bella la regia di Francesco Rosi per Le voci di dentro di Eduardo De Filippo con Luca De Filippo nel ruolo principale. Con lo scenografo Enrico Job, Rosi costruisce un mondo che è reale, ma che dà spazio anche al sogno: la scena riproduce, infatti, in modo realistico un interno (prima la cucina della famiglia Cimmaruta e poi la stanza-deposito dei Saporito), che si apre anche al sogno: all’occorrenza, infatti, possono essere visualizzati i sogni raccontati dai personaggi della pièce. Rosi, insomma, introduce l’elemento onirico in una scena realistica, accentuando il contrasto tra ciò che è sogno e ciò che è vita, ma, contemporaneamente mischiando le carte in quanto l’irrealtà del sogno viene mostrata allo spettatore nello stesso contenitore scenico che contiene anche la realtà oggettiva. Rosi, in tal modo, visualizza l’assunto del testo di Eduardo: a volte non è possibile distinguere ciò che è reale da ciò che non lo è, perché, a volte, ciò che non è reale è realistico quanto ciò che reale invece è. Le voci di dentro, infatti, mette in scena la storia di Alberto Saporito (stupendamente impersonato da Luca De Filippo) che è tanto convinto della verità di ciò che ha sognato da andare al commissariato a sporgere denuncia per omicidio. Egli, infatti, è convinto che i suoi vicini di casa (i Cimmaruta) abbiano assassinato un suo amico. In realtà ha sognato e se ne rende conto solo dopo aver sporto denuncia… Ma il bello della pièce è che in fondo Alberto ci ha visto giusto: i suoi vicini sono dei potenziali assassini. Infatti, essi, convinti che uno della famiglia abbia davvero commesso il delitto, non esitano a organizzare l’omicidio di Alberto pur di farla franca. Assolutamente emozionante il quadro finale: Alberto, dopo aver schiaffeggiato il fratello Carlo (ottimamente impersonato da Marco Manchisi), si riappacifica con lui semplicemente prendendogli la mano e tenendola. Un gesto semplice e carico di signisicato. Oltre a Luca De Filippo e Marco Manchisi, meritano una menzione anche i bravi Antonella Morea, Anna Moriello, Gigi Savoia e Carolina Rosi.Uno spettacolo da vedere.
Povero diavolo o farabutto
Un secolo di risate
Antonio Ghirelli, già direttore del TG2 e ufficio stampa del Quirinale e di Palazzo Chigi, ha riunito nel volumetto Un secolo di risate, edito da Avagliano, una serie di ritratti dedicati ai quei comici napoletani che si sono imposti allattenzione del pubblico italiano nel corso del Novecento. Il libro è di facile lettura e si rivolge a un pubblico di non specialisti desideroso di sapere qualcosa di più dei propri beniamini. Il racconto avanza in modo cronologico: dopo un excursus dedicato alla storia del teatro in Italia dalle origini al Novecento (nel quale si fa riferimento a forme di discendenza tra un tipo di comicità e laltro che, però, gli storici del teatro più avveduti hanno messo in dubbio), si parte con il capitolo dedicato ad Antonio Petito e si conclude con quello, pieno di commozione, scritto in onore di Massimo Troisi. Un capitolo a sé è lasciato a Vittorio De Sica (elogiato più come regista cinematografico che come attore brillante), in quanto napoletano solo delezione e non anche di nascita (nacque, infatti, a Sora). Di Antonio Petito si mettono in rilievo i cambiamenti da lui apportati alla maschera di Pulcinella e si raccontano alcuni aneddoti atti a mettere in mostra la sua vocazione allo scherzo, a volte, crudele. Di uno di tali scherzi (piuttosto pesante) fu vittima Eduardo Scarpetta (che, curiosamente, da piccolo aveva paura della maschera di Pulcinella) quando entrò a far parte della compagnia di Petito che lo volle con sé dopo averlo visto e applaudito nel ruolo di Felice Sciosciammocca, «un personaggio che Scarpetta costruisce gradualmente, partendo dal Pulcinella umanizzato di Petito, uno spiantato e scapestrato studente di provincia che diventa via via lincarnazione della piccola borghesia napoletana [ ]». Molto bello, forse il migliore del libro, è il capitolo dedicato a Raffaele Viviani, comico dal feroce sarcasmo lontano da ogni stereotipo sulla napoletanità, nel cui teatro si parla dei «problemi, le passioni, la psicologia del popolo, semplicemente perché è cresciuto alla scuola della strada [ ]». Il ritratto dedicato a Eduardo De Filippo lascia un po perplessi perché spiega larte universale di uno dei più grandi uomini di teatro del Novecento (non solo italiano, ma mondiale) in termini di napoletanità: «Questa napoletanità di Eduardo non consiste soltanto nel dialetto o nel ricordo tenace di certe consuetudini, ma investe soprattutto la sua ambiguità, tipicamente napoletana, loscillazione costante tra tragedia e farsa, tra gestualità elementare e parola complessa, tra verità sofferta e sfrenata menzogna, anche tra realismo e metafisica». Ma, forse, tale spiegazione era un po dovuta in un volume che fa di Napoli la terra delezione della comicità novecentesca Di Peppino De Filippo lautore elogia la strepitosa comicità che ne fece uno degli attori comici più grandi del Novecento (al fianco, come disse Eduardo, di Chaplin e Buster Keaton), ma non apprezza la scelta di abbandonare il dialetto napoletano per un teatro in lingua, seppur farsesco. Grande e doveroso omaggio anche a Totò che «era, tuttinsieme, un mimo delle Atellane, un macchiettista di fine Ottocento e un comico della più ardita avanguardia. [ ] Il suo surrealismo, vertiginosamente scatenato sui giochi di parole o sugli scatti burattineschi delle giunture, seduce i giovani e gli intellettuali non meno di quanto la sua sboccata innocenza continui a deliziare per via catodica il pubblico più umile e sprovveduto».Un libro, quello di Ghirelli, che si legge con piacere e che rende giustizia a quellarte difficile e troppo spesso sottovalutata che è la comicità.


