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Una Figlia perfetta
Ieri sera al Teatro Donizetti di Bergamo è andata in scena la Figlia del reggimento di Gaetano Donizetti diretta dal Maestro Alessandro D’Agostini, per la regia, le scene e i costumi di Andrea Cigni. Si è trattato di uno spettacolo davvero bello, in certo qual modo, perfetto.
La direzione orchestrale è stata trascinante e senza una sbavatura.
La regia ha puntato a un’ironia lieve e gioconda che ha convinto gli spettatori bergamaschi, nonostante non fosse accondiscendente verso un tipo di comicità televisiva. Ha, infatti, creato un raffinato mix di realismo dei gesti quotidiani con effetti assolutamente stranianti. Per portare un esempio, nel secondo tempo dello spettacolo, la scena viene “invasa” da un enorme orsacchiotto di peluche che simboleggia la stanza dei bambini, ma anche – per contrasto – l’incombere su Maria di una situazione (quella della nuova vita nella casa della zia/madre) che non le è congeniale. Non è un caso, forse, che, nel momento in cui il reggimento si ricongiunge con Maria, l’orsacchiotto, privato degli arti e posto a faccia in giù (ovvero negato nella sua funzione di gioco), viene calcato a mo’ di palcoscenico da Maria prima e dalla ricostituita coppia Maria/Tonio poi, a significare la ritrovata sintonia con la propria natura.
Una natura, quella della figlia del reggimento, assai distante dalle convenzioni di una polverosa aristocrazia cui la si vorrebbe vincolare per mezzo di un improbabile matrimonio. Maria, infatti, è un soldataccio e come tale si presenta in scena nel primo tempo, con tanto di sidecar e di pantaloni da lavoro.
A impersonare Maria c’era la assai brava Yolanda Auyanet che ha convinto sia come cantante, sia come attrice comica.
Nel ruolo di Tonio uno strepitoso Gianluca Terranova che – nella celebre area dei do di petto – è stato talmente bravo che il pubblico ha chiesto a gran voce il bis. Richiesta soddisfatta dal tenore.
Assolutamente all’altezza tutto il cast e bravo il coro.
Al calar del sipario, il pubblico ha salutato gli interpreti con un lungo e caloroso applauso.
Spettacolo da non mancare.
L’elisir non fa miracoli

L'Elisir d'amore
Ieri sera al Teatro Donizetti di Bergamo è andata in scena la prima dell’Elisir d’amore di Gaetano Donizetti per la direzione del Maestro Stefano Montanari e la regia di Francesco Bellotto.
Va detto che si è trattato di uno spettacolo dai risultati alterni che ha visto un primo tempo non esaltante, accolto assai tiepidamente dal pubblico, e un secondo tempo più “caldo”, salutato dal pubblico con applausi a scena aperta.
Tutto sommato si è trattato di uno spettacolo un po’ freddo, in qualche modo “raggelato” in un’ambientazione in Stile Impero (bellissimi i costumi di Cristina Aceti), forse un po’ troppo classicheggiante. Forse il pubblico non è si è lasciato coinvolgere dall’atmosfera un po’ troppo arcadica e assai distante dal comune sentire odierno (che di arcadico e bucolico ha molto poco).
Va, inoltre, detto che nel Primo Tempo il tenore Ivan Magrì è apparso sottotono, un po’ acerbo per una parte che richiede colorature vocali da consumato cantante. Lo stesso Magrì, però, nel Secondo Tempo ha risolto bene la propria parte, ricevendo un prolungato applauso nel celebre “Una furtiva lagrima”.
Non hanno mai fatto dubitare delle loro doti, invece, Linda Campanella (Adina), Filippo Morace (Dulcamara), Mario Cassi (Belcore) e Diana Mian (Giannetta).
Applausi per tutti al calar del sipario.
Giallo pazzia

Linda si Chamounix
Si è aperta ieri a Bergamo la stagione lirica con la Linda di Chamounix di Gaetano Donizetti su libretto di Gaetano Rossi. Va detto subito che l’opera non è un capolavoro e soffre dei molti salti logici e delle inverosimiglianze presenti nella trama che la allontanano dal gusto degli spettatori moderni. Per portare un esempio, l’incontro a Parigi tra Linda e suo padre non regge agli occhi di un contemporaneo che, inevitabilmente, finisce per chiedersi come mai un padre non riconosca sua figlia a soli tre mesi dall’ultima volta che l’ha vista.
Ciò detto va aggiunto, a scanso d’equivoci, che l’edizione firmata dal Maestro Vito Clemente e interpretata benissimo da Majella Cullagh nel ruolo principale ha convinto il pubblico che – al calar del sipario (all’una del mattino) – si è prodigato (giustamente) in lunghi e calorosi applausi.
Lo spettacolo firmato dal regista Roberto Recchia si affida alla figura retorica della sineddoche (nella quale la parte simboleggia il tutto) e al linguaggio dei colori. In tal modo, Chamounix viene rappresentata attraverso un tetto di casa colonica, mentre Parigi è rappresentata per mezzo di un soffitto decorato (che – nel momento della pazzia di Linda, si scomporrà in più pezzi). I colori servono al regista per sottolineare alcuni momenti come, ad esempio, quello del sopraggiungere della pazzia nella protagonista che viene simboleggiata dall’invasione del luogo scenico da parte del colore giallo che si propaga come un intruso sgradevole.
Una nota di merito a tutti i cantanti, che sono stati all’altezza del compito loro assegnato.
Giova, ora, riprendere quanto scritto al principio a proposito delle inverosimiglianze presenti all’interno del libretto. Esse, a dispetto dei capriccetti dei cantanti e delle posizioni irragionevoli dei melomani, potrebbero essere agevolmente corrette per mezzo di tagli al copione che nulla toglierebbero alla complessiva gradevolezza della musica dell’opera donizettiana. Ad esempio, il già citato incontro parigino tra padre e figlia potrebbe essere completamente eliminato, così pure tutta la parte relativa al Marchese nell’ultimo atto che disturba invece che divertire.
In altre parole, non si dovrebbe aver paura di fare ciò che i compositori alla loro epoca facevano: modificare l’opera di volta in volta, per renderle un servigio.
Tutto il popol sorgerà
Un grande contenitore neutro, ma suggestivo, accoglie il Marino Faliero di Donizetti diretto dal Maestro Bruno Cinquegrani. Una scena in cui le geometrie sono sia costruite, sia disegnate da tratti di colore e di luce. Un ambiente unico per tutta l’opera, ma capace, con semplici aggiustamenti, di alludere a luoghi differenti (ovvero, di volta in volta, l’Arsenale di Venezia, il Palazzo Ducale, un palazzo nobiliare, una piazza…).
Segno forte, dunque, la scenografia disegnata da Alessandro Ciammarughi che è stata giustamente esaltata dal regista Marco Spada fin dall’apertura di sipario sull’Arsenale di Venezia. Un quadro affascinante che ha posto l’accento sul fatto che, nella messinscena del Teatro Donizetti, il Marino Faliero si sarebbe fatto un’opera corale, con il popolo, più che i protagonisti, al centro della scena (più di una volta non solo metaforicamente, ma anche materialmente). Un popolo stanco dei soprusi degli aristocratici, un popolo pronto alla lotta che riesce a portare dalla sua il doge Marino Faliero. E, una volta alla testa del suo popolo, anche il doge si fa popolo. Un popolo la cui voce è stata interpretata in modo egregio dal Coro del Bergamo Musica Festival.
Passa in secondo piano, quindi, la vicenda personale di Marino Faliero, doge la cui moglie è innamorata del di lui nipote Fernando. Un nipote trattato come un figlio dall’anziano, ma combattivo, Faliero.
In altre parole, nella messinscena del Teatro Donizetti, l’aspetto Risorgimentale dell’opera prevale su quello amoroso pre-borghese. Una lettura che sarebbe piaciuta al Mazzini del Filosofia della musica e che, nei tempi incerti che si stanno vivendo, non manca di affascinare.
Per quanto detto, in qualche modo, il Faliero del bravo Giorgio Surian può essere “letto” come un cantante che “emerge” dal coro, soprattutto dal momento in cui il doge viene messo al corrente della sommossa dal fido Israele (un altrettanto bravo Luca Grassi), anch’egli “emerso” (anche visivamente nel quadro iniziale) dal popolo/coro.
Fernando (l’ottimo Ivan Magrì) ed Elena (Rachele Stanisci), invece, prendono possesso della scena solo nel quadro del loro incontro; un incontro che segna il loro distacco, visivamente riprodotto dal loro “rincorrersi” attorno a un quadrato di luce. Per il resto dell’opera restano personaggi secondari, la cui storia poco importa.
Una messinscena da vedere e gustare, dunque, quella presentata ieri in prima al Teatro Donizetti e salutata, al calar del sipario, da un lungo e prolungato applauso che si è fatto più intenso quando alla ribalta si è presentato Ivan Magrì e ha registrato qualche dissenso al presentarsi di Rachele Stanisci.
Quadri animati per una vendetta da Re
Ha preso il via la stagione lirica del Teatro Donizetti con la realizzazione de La favorite di Gaetano Donizetti per la direzione musicale del Maestro Marco Zambelli, la regia teatrale di Lamberto Puggelli e l’interpretazione canora-attorale di Adriana Mastrangelo (Léonor), Antonio Gandía (Fernand), Mario Cassi (Alphonse), Gabriella Locatelli Serio (Inès) e Francesco Palmieri (Balthazar).
Si tratta della versione originale in francese de La favorita, opera che Donizetti compose di fretta, facendo ampio ricorso al riciclo di interi passaggi già musicati per altre sue opere o che stava musicando in contemporanea. Un metodo di lavoro che, per il compositore bergamasco, non era inusuale… Il risultato è un’opera a tratti musicalmente discontinua, ma comunque orecchiabile. Sicuramente non un capolavoro.
La storia è quella di Léonor, favorita del re, che ama, riamata, Fernand, il quale, credendola di stirpe reale, combatte i nemici del re Alphonse per ottenere gloria a sufficienza da consentirgli di chiedergli la mano di Léonor. Scoperto il tradimento di quest’ultima, Alphonse (che era pronto a condurre la favorita all’altare) ordisce una “vendetta da re”: concede in moglie all’ignaro Fernand la maitresse, minando, in tal modo irrimediabilmente il di lui onore. A Fernand, scoperta la verità, non resta che ritirarsi in convento…
La riproposta del titolo originale all’interno del “Bergamo Musica Festival” si caratterizza per essere una messinscena di onesto lavoro artistico, nella quale la parte del leone l’ha fatta il direttore d’orchestra Marco Zambelli che ha firmato una partitura a tratti trascinante e sempre molto bene eseguita. Il suo lavoro è stato (giustamente) molto apprezzato dal pubblico.
Il regista Puggelli ha immerso l’azione in una serie di quadri monocromatici disegnati dallo scenografo Paolo Bregni nei quali spiccavano i variopinti costumi degli interpreti (davvero molto belli). I vari ambienti erano realizzati per mezzo dell’alternarsi di siparietti-fondali sui quali erano disegnati i quadri di cui si è detto.
La resa canora degli interpreti non è stata sempre brillante. Anzi, va detto che Antonio Gandía ha dimostrato nel primo atto di avere qualche incertezza che il pubblico non ha lasciato passare sotto silenzio. Anche Adriana Mastrangelo non ha convinto tutti gli spettatori in uguale misura. Ad ogni modo, al calar del sipario sui quattro atti dello spettacolo, in considerazione anche dell’esibizione in crescendo degli interpreti, i cantanti sono stati acconti con un caloroso e prolungato battimani.






