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La locandiera di Goldoni messa in scena da Visconti

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Federica Mazzocchi, “La locandiera” di Goldoni per Luchino Visconti, ETS. La sera del 2 ottobre 1952 al Teatro La Fenice di Venezia esordiva La locandiera di Carlo Goldoni per la regia di Luchino Visconti. Nel ruolo del titolo c’era Rina Morelli, in quello del Cavaliere di Ripafratta un giovanissimo Marcello Mastroianni, in quello del Marchese di Forlipopoli Paolo Stoppa, il Conte d’Albafiorita era un Gianrico Tedeschi fresco d’Accademia e Fabrizio era un giovanotto di nome Giorgio De Lullo. Uno spettacolo destinato a chiudere un’epoca e ad aprirne un’altra, quella nella quale Carlo Goldoni smise di essere considerato dai più come un autore di repertorio delle compagnie dialettali venete, per diventare universalmente un classico della scena nazionale. Uno spettacolo che fece piazza pulita della allora in voga maniera ballettistica di mettere in scena l’autore veneziano (fatta di mossette, prese di tabacco, inchini e riverenze, “brio”) e introdusse (non solo sulle scene, ma anche negli studi critici) una nuova e più produttiva chiave di lettura dell’opera goldoniana: il realismo. E che Visconti avesse visto giusto lo confermò nel 1954 Giorgio Strehler (creatore, nel 1947, dell’Arlecchino servitore di due padroni con il quale aveva riletto la Commedia dell’Arte) autore, quell’anno, di una Trilogia della villeggiatura in cui gli spunti viscontiani furono tradotti in un realismo del tutto personale. Uno spettacolo, quindi, quello realizzato da Visconti che fece epoca. A tale messinscena dedica un saggio davvero molto bello Federica Mazzocchi. In esso, la studiosa ricostruisce l’attività di regista teatrale di Luchino Visconti, attività per mezzo della quale «lo spettacolo conferma una propria autonomia linguistica ed estetica, e la regia conquista una forte impronta autoriale»; si sofferma sulle letture critiche della Locandiera di Goldoni a partire proprio da quella fatta dall’autore nelle proprie Memorie francesi; per poi affrontare con coraggio una ricostruzione dello spettacolo viscontiano. Per tale impresa (e chi si occupa di studi teatrologici sa quanto essa possa essere difficile) la Mazzocchi si è avvalsa delle poche tracce documentarie rimaste (qualche copione di scena, degli appunti di mano del regista, le recensioni apparse all’epoca, le foto di scena e i ricordi degli attori), ma è riuscita lo stesso a restituire al lettore il senso della novità di quello spettacolo, provocatorio sotto tanti punti di vista: dalla scelta dell’attrice protagonista (non certo un’attrice formosa e avvenente come il ruolo di solito esigeva); passando dall’impianto scenografico (frutto della contaminazione del settecentesco Pietro Longhi con il novecentesco Giorgio Morandi) e arrivare alla caratterizzazione in senso psicologico e realistico dei personaggi. Un saggio, quello della Mazzocchi, che si consiglia non solo agli specialisti, ma a quanti amano Visconti e il teatro novecentesco in genere.

Leggi anche: Il teatro di Goldoni sulle scene italiane del Novecento

Written by Danilo Ruocco

4 Gennaio 2005 alle 11:49 am

Giovanni Testori in mostra

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Ragazzo con teschio

Ragazzo con teschio

Giovanni Testori. I segreti di Milano, a cura di Alain Toubas, a Palazzo Reale di Milano fino al 15 febbraio 2004.
Per celebrarne il decennale della morte, Palazzo Reale dedica una mostra a uno degli scrittori più inquieti d’Italia: quel Giovanni Testori (Novate Milanese 1923 – Milano 1993) al centro di alcuni tra gli scandali più celebri della storia culturale del Secondo dopoguerra. Scandali nati dai temi forti trattati nella sua produzione letteraria, nella quale, anche se non sempre esplicitamente nominato, un posto di primo piano è lasciato all’amore omosessuale. Suoi i racconti de Il ponte della Ghisolfa (1958) dai quali Luchino Visconti trasse la sceneggiatura di Rocco e i suoi fratelli; sua L’Arialda (1960), messa in scena da Visconti e sequestrata per «turpitudine e trivialità», suoi i testi teatrali del ciclo della Trilogia degli Scarrozzanti (Ambleto, 1973; Macbetto, 1974 ed Edipus, 1977), suoi I promessi sposi alla prova (1985); suo quell’In Exitu (1988) che recitato al fianco di Franco Branciaroli provocò l’ennesimo scandalo e suoi quei Tre lai (Cleopatras, Erodias e Mater Strangoscias) nei quali resta viva, nonostante siano stati scritti quasi in punto di morte, la voglia di scandalizzare, di affrontare a muso duro il perbenismo imperante, anche per mezzo di una lingua “bastardizzata” e farcita di parolacce.
Oltre che scrittore, Testori fu anche pittore e critico d’arte e a questa altra attività dell’autore è dedicata la mostra curata da Alain Toubas (compagno di vita di Testori e sua fonte di ispirazione) che, in modo un po’ misterioso, ha come sottotitolo I segreti di Milano. È vero che con tale titolo Testori ha indicato il ciclo costituito da Il ponte della Ghisolfa, La Gilda del Mac-Mahon (1959), La Maria Brasca (1960), L’Arialda (1960) e Il Fabbricone (1961) ma è anche vero che la mostra non pare essere in grado di rimandare in modo forte e sicuro a tale produzione letteraria, in quanto i quadri non sembrano esposti con tale intento. Al visitatore la mostra dà, invece, l’impressione un po’ sgradevole di voler essere un tentativo, non si sa quanto consapevole, di beatificazione forzata (e fuori luogo) di Testori, costituita com’è da sezioni che rimandano esplicitamente o no a temi biblici; quegli stessi temi che Testori ha sì tenuto presenti, ma, probabilmente, guardandoli con gli occhi di un uomo tormentato che dava l’impressione di non aver accettato completamente la propria omosessualità. In altre parole, Testori dava la sensazione di vivere certe esperienze con un forte e tormentoso senso di colpa lontano da una condizione di santità alla quale la mostra sembra voler alludere. Delle tante opere esposte perché al centro dell’attività critica di Testori, piace segnalare solo due tele dipinte dallo stesso Testori: Pugilatore (1970) e Ragazzo con teschio (1973) nei quali i corpi nudi dei due giovani sono sagomati con macchie di colore e rivelano una trattenuta e vigilata sensualità.

Written by Danilo Ruocco

14 Dicembre 2003 alle 11:04 am