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Giallo pazzia

Linda si Chamounix
Si è aperta ieri a Bergamo la stagione lirica con la Linda di Chamounix di Gaetano Donizetti su libretto di Gaetano Rossi. Va detto subito che l’opera non è un capolavoro e soffre dei molti salti logici e delle inverosimiglianze presenti nella trama che la allontanano dal gusto degli spettatori moderni. Per portare un esempio, l’incontro a Parigi tra Linda e suo padre non regge agli occhi di un contemporaneo che, inevitabilmente, finisce per chiedersi come mai un padre non riconosca sua figlia a soli tre mesi dall’ultima volta che l’ha vista.
Ciò detto va aggiunto, a scanso d’equivoci, che l’edizione firmata dal Maestro Vito Clemente e interpretata benissimo da Majella Cullagh nel ruolo principale ha convinto il pubblico che – al calar del sipario (all’una del mattino) – si è prodigato (giustamente) in lunghi e calorosi applausi.
Lo spettacolo firmato dal regista Roberto Recchia si affida alla figura retorica della sineddoche (nella quale la parte simboleggia il tutto) e al linguaggio dei colori. In tal modo, Chamounix viene rappresentata attraverso un tetto di casa colonica, mentre Parigi è rappresentata per mezzo di un soffitto decorato (che – nel momento della pazzia di Linda, si scomporrà in più pezzi). I colori servono al regista per sottolineare alcuni momenti come, ad esempio, quello del sopraggiungere della pazzia nella protagonista che viene simboleggiata dall’invasione del luogo scenico da parte del colore giallo che si propaga come un intruso sgradevole.
Una nota di merito a tutti i cantanti, che sono stati all’altezza del compito loro assegnato.
Giova, ora, riprendere quanto scritto al principio a proposito delle inverosimiglianze presenti all’interno del libretto. Esse, a dispetto dei capriccetti dei cantanti e delle posizioni irragionevoli dei melomani, potrebbero essere agevolmente corrette per mezzo di tagli al copione che nulla toglierebbero alla complessiva gradevolezza della musica dell’opera donizettiana. Ad esempio, il già citato incontro parigino tra padre e figlia potrebbe essere completamente eliminato, così pure tutta la parte relativa al Marchese nell’ultimo atto che disturba invece che divertire.
In altre parole, non si dovrebbe aver paura di fare ciò che i compositori alla loro epoca facevano: modificare l’opera di volta in volta, per renderle un servigio.
Voci limpide per Cavalleria rusticana
A volte bastano poche parole per riferire un successo: il cast di Cavalleria rusticana di Pietro Mascagni presentato al Teatro Donizetti di Bergamo venerdì 1 dicembre era composto da cantanti che non solo hanno il dono di possedere delle belle voci limpide, ma sono anche degli attori. Le voci limpide e la dizione pulita hanno permesso agli spettatori di seguire le parole del libretto di Guido Menasci e Giovanni Targioni-Tozzetti senza bisogno di leggerle, ma semplicemente ascoltandole (un’azione che dovrebbe essere usuale e scontata, ma purtroppo non è). A emergere nel cast sono stati sicuramente i due protagonisti: il sud-coreano Park Sung Kyu e Anna Malavasi, entrambi cantanti dal sicuro futuro. Al loro fianco i bravi Giuseppe Pizzicato, Daniela Innamorati e Gabriella Bosco. Il pubblico ha apprezzato le loro esibizioni e ha ripetutamente applaudito a scena aperta e, al calar del sipario sull’atto unico, ha tributato agli interpreti il giusto, doveroso omaggio. Apprezzata anche la direzione del Maestro Maurizio Dini Ciacci. Contestazioni, invece, si sono udite all’indirizzo del giovane regista Roberto Recchia: probabilmente non è stato gradito il fatto che il regista ha trasformato la vicenda in un lungo ricordo pre-morte di Turiddu. Infatti, compare Turiddu viene ferito a morte prima che il sipario-velario si alzi e rimane in scena con la camicia sporca di sangue durante tutta l’azione. Una scelta regista che, probabilmente, non è stata gradita da tutti (e chi scrive non nasconde di essere tra coloro che non hanno gradito la scelta). E, forse, a rendere meno lieta la soluzione registica, hanno influito anche le videoproiezioni di spezzoni di film tratti dall’opera: l’effetto complessivo che se ne è avuto è stato quello di leggere Cavallerie rusticana come un’opera ormai datata e in qualche modo “museale”. Ovviamente non è così.



